IL PEPERONCINO
(Capsicum spp)

Il Capsicum, ovvero il peperoncino piccante, è senza dubbio uno dei “condimenti” più conosciuti al mondo. Lo dimostrano le oltre 2000 specie classificate, i tanti alimenti che ne portano il gusto (e, soprattutto, la piccantezza), i tantissimi nomi attribuitigli dai vari popoli e le quasi leggendarie e mitiche proprietà. Nel corso degli ultimi 10 anni, noi dell’Agriturismo Il Campo abbiamo ampliato la nostra raccolta varietale (ad oggi coltiviamo e riproduciamo 90 diverse specie) e la nostra offerta di prodotti piccanti che va dai semi alle piantine, dalle salse alle polveri speciali di peperoncino (“Chili Special Powders”). Visitando le diverse sezioni del nostro sito potrete “sfogliare” il Catalogo varietale 2013, acquistare semi di peperoncino, dare uno sguardo alla nostra offerta di prodotti piccanti (salse, gelatine, polveri, ecc.) e/o leggervi qualche curiosità riguardante il Capsicum.
Non ci resta che augurarVi una…buona navigazione piccante!

CENNI STORICI

Diversi studi hanno dimostrato che la “madre patria” del peperoncino è il sud America. Ancora oggi, a livello della “mata” (foresta) atlantica brasiliana e lungo la zona andina, crescono numerose specie di Capsicum allo stato selvatico, perfettamente integrate con il paesaggio circostante, spesso di difficile identificazione e considerabili a tutti gli effetti come i progenitori delle specie attualmente diffuse e coltivate in tutto il mondo: sono le cosiddette specie wild (selvagge). Per la sua grande adattabilità alle diverse condizioni climatiche, il peperoncino conobbe una rapida diffusione già in epoca precolombiana. Reperti archeologici testimoniano che nel 9000 a.C. il Capsicum era già conosciuto in Messico e, nel 5000 a.C., era presente nelle regioni centro americane come pianta coltivata. Come molte altre specie vegetali tra cui la patata e il pomodoro (guarda caso altre due Solanacee), il peperoncino fece il suo ingresso nel territorio europeo con le spedizioni di Cristoforo Colombo che lo importò con il nome di “pepe delle Indie”. A testimonianza di quanto questa pianta fosse ben inserita nelle usanze alimentari delle popolazioni locali, è utile citare le parole scritte da Bartolomeo de Las Casas in merito alla prima spedizione di Colombo: “La spezia che essi mangiano è abbondante e più importante del pepe nero…”. Il successo europeo del peperoncino fu immediato, così come immediata fu la sua diffusione soprattutto tra i ceti poveri della popolazione. Tutto questo grazie al basso costo rispetto alle altre spezie provenienti dalle Indie (Thè, Caffè) e alla straordinaria capacità di adattamento della pianta stessa sulla quale, i Reali di Spagna, videro tramontare i sogni di prosperosi guadagni. Le piante di peperoncino, infatti, potevano tranquillamente essere riseminate in Europa senza doverle più importare dall’America. Nicolò Monardes, autore di un famoso trattato del 1500 sulle “Cose che vengono portate dalle Indie Occidentali pertinenti all’uso della medicina”, scrisse che “il peperoncino si usa esattamente come le spezie aromatiche che si portano dalle Molucche, ma la differenza è che quelle costano molti ducati, et quest’altre non costa altro che seminarle”.
Per il peperoncino, quindi, niente business, ma un destino popolare e democratico che, in pochissimo tempo lo reso celebre in tutto il mondo. Ed è forse a questo destino popolare che il peperoncino deve la sua fama e le sue “leggendarie” proprietà.

CENNI BOTANICI

Il peperoncino piccante appartiene alla famiglia delle Solanacee, la quale si contraddistingue per il fatto di comprendere piante caratterizzate da un notevole contenuto di alcaloidi, ovvero sostanze costituite da uno o più atomi di azoto (derivati dal metabolismo proteico) legati ad altri elementi chimici, ed aventi effetti sul sistema nervoso umano e animale. Da alcune Solanacee si ricavano droghe farmaceutiche (l’atropina dalla Belladonna, il tabacco dall’omonima pianta…); altre Solanacee, invece, fanno parte della nostra alimentazione quotidiana (patata, pomodoro, melanzana…); altre ancora sono tossiche (Datura stramonium). All’interno di questa numerosa famiglia, comprendente 85 generi e qualche migliaio di specie, troviamo il genere Capsicum, quello a cui appartengono tutti i peperoncini. Il termine Capsicum deriva da “capsa” (scatola), per la particolare forma del frutto che ricorda una scatola con dentro i semi, o da “kapto” che, in greco, significa mordere; il riferimento, in questo secondo caso, è al piccante che “morde” la lingua quando si mangia il peperoncino.  All’interno del genere Capsicum la specie più importante è il Capsicum annuum (alla quale appartiene la maggior parte delle piante di peperoncino allevate in Italia e nel mondo), seguita dal Capsicum chinense, dal baccatum, dal pubescens e dal frutescens. Tra gli annuum ritroviamo varietà di peperoncino con caratteristiche estremamente decorative e di media piccantezza. Al Capsicum chinense appartengono, invece, tutte le varietà più piccanti come, ad esempio, il Bhut Jolokia o il Trinidad Scorpion.
La teoria secondo la quale i peperoncini più piccoli sono anche i più piccanti (in quanto il contenuto di capsaicina – la molecola responsabile del piccante – è indirettamente proporzionale alle dimensioni), comunque da ritenersi valida in linea generale, è stata sovvertita dalle recenti scoperte di varietà come il Naga Morich, il Bhut Jolokia (vedi figura) o il Trinidad Scorpion: i  frutti di queste varietà appena menzionate, infatti, possono raggiungere dimensioni piuttosto consistenti.

peperoncino

CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE DEL FIORE E DEL FRUTTO

Il fiore
I fiori del peperoncino piccante sono ermafroditi, si trovano localizzati all’ascella delle ramificazioni e sono caratterizzati da un peduncolo breve che si incurva all’antesi, cioè alla schiusura del bocciolo fiorale, permettendo la caduta del polline sullo stilo. A seconda della specie in esame, i fiori possono comparire solitari (come accade solitamente per il C.annuum) o raggruppati in ogni nodo. Il fiore è attaccato al fusto mediante un pedicello (o peduncolo) di lunghezza compresa tra i 10 e i 20mm, con 5-8 costolature.
Ogni fiore presenta: 5-8 sepali, i quali sono attaccati alla base; 5-8 petali che formano una corolla che varia dai 10 ai 20 mm; un androceo di 5-8 stami, con dei filamenti che variano da 1,8 a 3,5 mm e delle antere lunghe 1,2 mm e larghe 2-4 mm; un gineceo composto da 2-4 carpelli; un ovario lungo da 2 a 5 mm e largo, in senso trasversale, 1,5-5 mm, mentre lo stilo è 3,5-6,5 mm di lunghezza. La formazione di polline è maggiore a temperature superiori ai 30°C, dove però possono essere più presenti granuli di polline infertile.
Si pensi che un antera è in grado di produrre 11000-18000 granuli di polline. La rottura dei granuli avviene in maniera irregolare ed un fiore fertile è in grado di produrre 1-1,5 mg di polline. La conoscenza dei fiori di peperoncino è molto importante per poter individuare la specie di Capsicum con cui si ha a che fare poiché proprio i caratteri morfologici dei fiori sono utilizzati nella distinzione delle specie.

Il frutto
I frutti sono bacche dalle forme più svariate. Inizialmente sono verdi, ma a maturazione completa diventano gialli o rossi passando anche attraverso colorazioni diverse. Il colore è determinato da molte componenti, tra cui la clorofilla, le xantofille, i caroteni e le antoxantine o antocianine (responsabili del colore rosso). Nel corso della maturazione la clorofilla tende a scomparire, sostituita dagli altri pigmenti che determinano la nuova colorazione.
Le bacche possono avere forma conica più o meno allungata, ovale, tonda o tondeggiante, a campana e anche a lanterna. Si presentano erette, pendule, con raggruppamenti dei frutti a mazzetti oppure singoli. All’interno della bacca si trovano i semi sostenuti dalla placenta, una massa di tessuti aderente al peduncolo. La placenta è la parte più ricca di capsaicina, la sostanza che dà al peperoncino il caratteristico sapore piccante. Placenta e semi costituiscono la parte di peperoncino detta comunemente “torsolo” che viene solitamente scartata assieme al peduncolo quando si consumano i frutti (vedi figura).  Placenta e semi costituiscono la parte di peperoncino detta comunemente “torsolo” che viene solitamente scartata assieme al peduncolo quando si consumano i frutti (vedi figura).

interno frutto di naga morich con elementi dist

LA CAPSAICINA 
(8-methyl N-vanillyl 6nonamide)

La piccantezza dei peperoncini deriva dalla presenza di un complesso di sostanze chiamate capsaicinoidi e rappresentate principalmente dalla capsaicina (più raramente chiamata capseicina) e dalla diidrocapsaicina.
La scoperta della capsaicina si deve a P.A. Bucholtz che, nel 1816, riuscì ad isolarla da frutti macerati mediante solventi organici (metodo ancora oggi utilizzato per estrarre l’oleoresina dai peperoncini). Nel 1846 L.T. Thresh riuscì a sintetizzarla in forma cristallina e la battezzò, appunto, capsaicina; anche Endre Hogyes, nel 1878, ottenne la capsaicina in cristalli (chiamandola capsicolo) dimostrando, inoltre, che questa sostanza era in grado di stimolare le mucose della bocca e dello stomaco, aumentando la produzione di succhi gastrici.
Capsaicina e diidrocapsaicina sono derivati del metabolismo degli acidi grassi.
Come gli altri capsaicinoidi rappresentano metaboliti secondari delle piante e vengono prodotti dalle ghiandole situate tra la parete del frutto e la placenta (il tessuto che sorregge i semi).
La placenta, assieme ai setti che dividono i frutti in vari scomparti, sono le parti più ricche in capsaicina, mentre i semi, contrariamente a quanto si pensa, ne sono ricoperti in superficie, ma ne sono privi internamente.
Capsaicina e capsaicinoidi sono incredibilmente resistenti a stress di varia natura e restano inalterati per lungo tempo anche dopo cottura e congelamento e, proprio per queste ultime ragioni, è possibile preparare cibi cuocendo i peperoncini senza perderne la piccantezza oppure congelare i frutti freschi per utilizzarli in altri periodi dell’anno.

Modalità di azione
Come tutti i capsaicinoidi, la capsaicina è irritante nei mammiferi, incluso l’uomo, e produce una sensazione di bruciore nelle mucose, bocca inclusa, dove passa in soluzione e si lega ai recettori TRPV1, posti sulle membrane delle cellule del sistema nervoso, i quali, normalmente, si attivano alle temperature di 43°C e 52°C. In seguito al legame con la capsaicina, il TRPV1 (un canale per cationi) si apre facendo entrare calcio e sodio causando una depolarizzazione della membrana e l’innesco di un potenziale di azione che si traduce con la liberazione di: sostanza P, neurochinina A, glutammato e CGRP (un peptide implicato nella trasmissione del dolore).
Si noti che la capsaicina è l’unico composto conosciuto in grado di bloccare l’emissione della sostanza P, che segnala il dolore al cervello.
L’effetto di dolore e bruciore è quindi del tutto virtuale, un po’ come gli sprazzi di luce che si “vedono” premendo sui bulbi oculari, tenendo gli occhi chiusi. Analogamente “virtuali” sono gli effetti disinfettanti e la presunta capacità di causare emorroidi: in realtà, poiché gran parte dei capsaicinoidi non vengono digeriti (sono resistenti ai succhi gastrici), l’effetto sull’ano è lo stesso che si ha nella bocca, ossia di stimolazione dei recettori per il dolore.
Va però ricordato che la capsaicina è irritante per gli occhi e, in alta concentrazione, per la cute.
Per neutralizzare il bruciore nella bocca, i metodi più efficaci sono ingerire dello zucchero, dell’olio o dei grassi, masticare del pane (in quanto rimuove per azione meccanica la capsaicina) e mangiare formaggi poiché la caseina di latte lega la capsaicina rendendola inefficace.
La capsaicina non è molto solubile in acqua (al contrario di alcool e grassi): bere acqua quindi non sarà di grande aiuto per una sua neutralizzazione.
In casi estremi, porre del ghiaccio sulla parte venuta in contatto con la capsaicina aiuterà a diseccitare i recettori.

 

Struttura chimica della capsaicina da Wikipedia

SCALA DI SCOVILLE

I frutti del genere Capsicum contengono particolari sostanze, dette capsaicinoidi, in grado di stimolare le terminazioni nervose dei recettori della lingua provocando la sensazione del “bruciore”. Il capsaicinoide più abbondante è la capsaicina ed il numero di unità di Scoville indica la quantità di capsaicina equivalente sulla scala. La Scala di Scoville (o più brevemente Scala Scoville) è una scala di misura della piccantezza di un peperoncino e deve il nome al suo ideatore: Wilbur Scoville che, nel 1912, mise a punto il SOT (Scoville Organoleptic Test). Il test originale, oggi in parte sostituito dai test HPLC, prevedeva che 1mL di una soluzione dell’estratto del peperoncino venisse diluita in acqua e zucchero finché il “bruciore” non fosse più percettibile ad un insieme di assaggiatori.
Posto arbitrariamente a 16.000.000 di unità il grado di piccantezza della capsaicina pura, la piccantezza di un peperoncino è valutata proporzionalmente a questo valore, in funzione del grado di diluizione della soluzione di estratto del peperoncino in esame. Un peperone dolce, non essendo piccante, ha un valore di 0 sulla scala Scoville: ciò significa che il suo estratto non è piccante anche se non è diluito. La quantità di capsaicina contenuta in un peperoncino, quindi, può essere empiricamente misurata basandosi sulla scala Scoville e sul SOT: per il peperoncino Habanero (circa 300.000 unità Scoville), ad esempio, il quantitativo di capsaicina contenuto nel suo estratto è pari a circa 1,875% in peso (300.000/16.000.000). Per il Trinidad Scorpion Butch T (Guinnes World Record 2011), una variante del peperoncino Trinidad Scorpion originario di Trinidad & Tobago, il quantitativo di capsaicina equivalente è pari a 9,15% in peso (1.463.700/16.000.000).
1.500.000 di gradi Scoville (registrati per il T.Scorpion Butch T) stanno a significare che per poter azzerare la piccantezza di 1g di quel prodotto è necessario diluirlo in più di una tonnellata di qualcosa d’altro!. Come sempre, essendo prodotti naturali e non industriali, non tutti i peperoncini Trinidad Scorpion o Habanero hanno i valori riportati: quelli citati, infatti, sono semplicemente il massimo ufficialmente registrato. Le ricerche della piccantezza estrema sono in continua evoluzione e nei prossimi anni sentiremo certamente parlare di altre varietà che appaiono in grado di scalzare il record riconosciuto al T.Scorpion Butch T. Infine una curiosità: gli spray al peperoncino utilizzati dalla polizia hanno una classificazione Scoville pari a 5.300.000 che scende a meno della metà per lo spray al peperoncino comune. In ogni caso…fate attenzione!.

PROPRIETA’ DEL PEPERONCINO

Il Capsicum, attraverso l’azione sinergica delle vitamine PP, E e K2, combinata con quella della lecitina (presente a livello dei semi), attiva la nutrizione di tutte le parti del corpo (comprese quelle periferiche), protegge la struttura dei capillari, aumenta l’ossigenazione e l’elasticità dei vasi sanguigni, aumenta il flusso di piastrine e fibrine, riduce il contenuto di colesterolo all’interno del sistema circolatorio, contribuisce al ringiovanimento cellulare e quindi alla prevenzione e alla cura dell’arteriosclerosi, dell’infarto, della fragilità capillare e delle malattie che ne possono derivare (emorroidi, vene varicose, ecc.).
L’azione antifermentativa e antiputrefattiva svolta a livello intestinale, unitamente alla ricchezza in sostanze antiossidanti (vitamine A, C ed E, Ferro e Rame ) ed in grado di migliorare l’ossigenazione e la struttura cellulare (vitamine PP, E, K2), è alla base degli studi sulle proprietà anticancerogene del peperoncino, i quali trovano conferme nei dati che emergono dalle statistiche relative alla quasi totale assenza di malati di cancro intestinale nelle popolazioni asiatiche e africane che utilizzano quotidianamente il peperoncino.
Alle suddette proprietà vanno aggiunte le virtù stomachiche e decongestionanti: il peperoncino è infatti in grado di stimolare la secrezione di succhi gastrici, sollecitando l’appetito e favorendo la digestione ed è in grado di esercitare un’azione antinfiammatoria e decongestionante contro raucedini, tossi spasmodiche e laringiti.
Riportiamo, inoltre, altre due “proprietà” curiose: pare, infatti, che il peperoncino possa avere effetti positivi sulla caduta dei capelli e sul tabagismo. Nel primo caso ciò è evidenziato da un mezzo dato di fatto di tipo oggettivo, ovvero che nelle popolazioni facenti uso abituale di Capsicum la calvizie è rara (a questo si aggiunga che il potere stimolante del peperoncino favorisce la circolazione e facilita l’irrorazione dei bulbi capillari aiutando la crescita dei capelli). Nel secondo caso, invece, le teorie sono basate sull’appartenenza del peperoncino alla stessa famiglia del tabacco: quella delle Solanacee.
Prima di chiudere questa rassegna sulle proprietà del Capsicum è utile ricordare che il peperoncino piccante fresco è ricchissimo di vitamina C: pensate che proprio studiando la paprika, il professor Albert Szent Gyiorgyi, scoprì l’esistenza di questa vitamina e ricevette il premio Nobel.

PEPERONCINO ED EROS

La relazione tra peperoncino ed eros è da sempre assai diffusa nell’immaginario comune, ma esistono prove concrete di tutto ciò?.  Diciamo fin da subito che la suggestione psicologica gioca sicuramente un ruolo chiave: il peperoncino, infatti, per il solo fatto di essere solitamente piccante, di colore rosso (il colore del sangue e della passione) e di avere una forma allungata, è in grado di creare il giusto clima per stimolare il desiderio sessuale (così come accade per altri cibi quali, ad esempio, le ostriche). A queste considerazioni si deve aggiungere che il peperoncino è ricco di vitamina E, la vitamina della “fecondità e della potenza sessuale”. In ambito scientifico non è stata scoperta nessuna correlazione diretta, ma sono state fatte alcune ipotesi che focalizzano la loro attenzione su un particolare ormone, scoperto intorno al 1970 e implicato nella chiusura delle comunicazioni arterovenose: il VIP (Vasoactive Intestinal Peptide). Quando l’organismo aumenta la produzione di questo ormone, si verifica un aumento della frequenza dei battiti cardiaci, del respiro e della circolazione sanguigna (oltre alla dilatazione dei vasi periferici che si manifesta con i tipici arrossamenti del viso): tutte queste reazioni sono collegate (o collegabili) all’eccitazione sessuale, ma sono anche provocate dall’assunzione di peperoncino piccante che, stando a queste considerazioni, provocherebbe la liberazione di VIP nel momento in cui entra in contatto con la mucosa intestinale.

_Peter Pepper 2012 - frutti maturi (6)

CONSIGLI E ASTUZIE CAPSICHE

Come nella coltivazione, anche nella preparazione di ricette e conserve sono utili piccoli accorgimenti che, in alcuni casi, derivano direttamente dalle tradizioni e usanze popolari. Le tradizioni paesane suggeriscono che per ottenere un rapido e corretto essiccamento dei peperoncini è buona prassi formare delle collane, infilandoli uno dietro all’altro con ago e filo, da appendere sui davanzali delle finestre o sui balconi, all’aria e al sole. In caso di estati molto calde, è utile ombreggiare  i peperoncini in via di essiccamento poiché l’eccessivo calore ne provocherebbe un’alterazione del colore e di altre proprietà nutritive. È bene non essiccare mai i peperoncini in luoghi chiusi o poco areati e men che meno in cucina dove i vapori e l’umidità dell’aria, oltre a inficiarne il sapore, potrebbero favorirne l’ammuffimento.
Per esaltare l’aroma e il sapore del peperoncino piccante essiccato, è sufficiente passarlo su una piccola fiamma (preferibilmente derivata da un fuoco di legna) come, ad esempio, quella di un fiammifero di legno; l’utilizzo di una fiamma a gas o proveniente da cerini o da accendini è sconsigliato in quanto comprometterebbe l’aroma stesso del peperoncino.
Per evitare che i peperoncini essiccati perdano il loro aroma e altre caratteristiche organolettiche come ad esempio il colore (i pigmenti coloranti si alterano facilmente con l’ossigeno dell’aria e con gli sbalzi termici), è buona prassi riporli in recipienti di vetro a chiusura ermetica. Per evitare che la polvere di peperoncino perda nel tempo la sua piccantezza, è utile macinare poco alla volta i peperoncini secchi.
Semplicemente osservandone l’aspetto, è impossibile stabilire il grado di piccantezza di una polvere di peperoncino: ciò dipenderà dal tipo di peperoncino utilizzato (o dalle varietà che compongono la “miscela”), ma anche da altri fattori imprevedibili e legati alle condizioni climatiche, alla eventuale presenza/assenza della placenta, dei semi e di altre spezie/aromi.
Se si vuole rendere meno piccante una polvere di peperoncino è sufficiente asportare le parti “bianche” dei frutti: la placenta e i setti sono infatti i luoghi dove è contenuta la maggior quantità di capsaicina. Per ottenere una polvere molto fine e di un colore intenso è sufficiente utilizzare un macinacaffè e tritare i peperoncini privati dei semi. Un ottimo metodo di conservazione dei frutti è il loro congelamento: le basse temperature, infatti, non modificano sapore e piccantezza dei frutti.
Nella preparazione dell’olio piccante è sconsigliato l’uso di frutti freschi (la troppa umidità in essi contenuta li farebbe ammuffire): meglio utilizzare peperoncini ben essiccati.
In genere, i peperoncini più piccanti sono quelli che posseggono una superficie rugosa, corrugata e, a volte, perfino presentante dei “piccoli denti o spini” (questo indipendentemente dalle dimensioni). Nel corso delle preparazioni di polveri, salse e altre ricette con i peperoncini è buona norma utilizzare una mascherina e un paio di guanti protettivi (ancora meglio se in nitrile).
Il Capsicum, infatti, resta pur sempre un “tipetto tosto” che può provocare irritazioni cutanee e oculari, lacrimazioni, starnuti, ecc., tutti sintomi molto spesso già conosciuti a coloro i quali lavorano con il peperoncino o che si dilettano nelle sue preparazioni culinarie.

QUALCHE BREVE CONSIGLIO SULLA COLTIVAZIONE DEL PEPERONCINO 
Semina
La lunghezza del ciclo colturale impone che la semina naturale dei peperoncini piccanti sia effettuata con un certo anticipo. È quindi opportuno procedere alla semina in contenitori alveolati di polistirolo già a partire dalla fine di febbraio. Dopo aver riempito ciascun alveolo con terriccio da semina, occorre praticare un foro profondo circa 0,5cm nel quale posizionare 1 o 2 semi che andranno ricoperti con un po’ di terriccio da semina.

1 semi negli alveoli

Successivamente si può eventualmente spargere uno strato di vermiculite sulla superficie del terriccio ed infine bagnare il tutto spruzzando acqua con un’apposita spruzzetta.

2 alveoli seminati3 spruzzetta

l contenitore alveolato così preparato andrà poi tenuto alla temperatura di almeno 20°C (ad esempio in una qualsiasi stanza dei nostri appartamenti) in attesa delle prime nascite (comparsa degli archetti). Logicamente, occorrerà procedere a bagnare gli alveoli non appena la superficie del terriccio presente negli stessi apparirà asciutta. In relazione alla tipologia varietale (le specie appartenenti a C.chinense germinano molto lentamente e a distanza di quasi 15 giorni o più dalla semina), nell’arco di una decina di giorni, a volte meno, i semi dovrebbero germinare e dar luogo alle diverse piantine.

4 comparsa archetti

Prime fasi post germinazione e primo travaso
Dopo la germinazione, le piantine devono essere tenute alla luce (ad esempio vicino ad una finestra ben illuminata dal sole durante la giornata), alla temperatura di 20-25°C e innaffiate periodicamente quando la superficie colturale appare asciutta (è comunque necessario mantenere umido il terriccio). A distanza di un mese dalla semina (metà aprile / fine aprile), è possibile iniziare le operazioni di trapianto in vasetti 8×8 in plastica che dovranno essere mantenuti nelle stesse condizioni dei platò di polistirolo, anche se avanza la possibilità di conservarli all’aperto visto il sopraggiungere della bella stagione e di una temperatura atmosferica che tende sempre più ad aumentare (soprattutto in pianura).

5 piantine alveoli6 piantine trapiantate nei vasetti 8x8

Trapianto in pieno campo / Rinvaso definitivo
A fine maggio / inizio giugno, è possibile trapiantare le piantine in pieno campo o rinvasarle nel vaso definitivo di opportune dimensioni. Nel corso di queste operazioni è buona norma interrare un concime a lenta cessione.

7 piante di due mesi8 piantine di due mesi trapiantate in campo

La raccolta dei frutti
A partire dal mese di agosto, in funzione della stagione e della precocità varietale, comincerà la raccolta dei primi frutti che proseguirà fino a fine settembre / metà ottobre.

La fine del ciclo di coltivazione
Al sopraggiungere dei primi freddi autunnali le piantine smetteranno di vegetare, cercheranno di portare a maturazione gli ultimi frutti e, all’arrivo delle prime gelate, arresteranno definitivamente il loro ciclo colturale poiché tutte le piante di peperoncino non sono resistenti al gelo.

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